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Revoca dell’amministratore di sostegno

Oggi parliamo di revoca dell’amministratore di sostegno, fenomeno che sta ricevendo sempre maggiore interesse da parte sia del beneficiario dell’amministrazione di sostegno (cioè della persona che dovrebbe essere aiutata dall’ads) sia dai familiari del beneficiario. 

Chi è l’amministratore di sostegno 

Prima di affrontare l’argomento della revoca dell’amministratore di sostegno è opportuno ricordare chi è e che cosa fa l’amministratore di sostegno. 

Come dice spesso Paolo Cendon, padre morale della riforma, l’amministratore di sostegno è o dovrebbe essere una sorta di angelo custode. Questo non è sempre vero, purtroppo. E, anzi, non vi nascondo di avere incontrato alcuni amministratori di sostegno vestiti di rosso, con una forca (magari piccola) in mano. 

Ad ogni modo, se state leggendo questa scheda, evidentemente sapete già chi è e cosa fa l’amministratore di sostegno. 

Per chi volesse approfondire, segnalo questo mio articolo di qualche tempo fa.

Comunque, in estrema sintesi diciamo che l’amministratore di sostegno è la persona che viene nominata dal giudice tutelare con l’incarico di aiutare chi non sia in grado da solo di compiere determinate attività o atti della vita quotidiana (per es., aprire un conto in banca, firmare un assegno, fare la dichiarazione dei redditi, ritirare la pensione, investire dei risparmi, acquistare un’auto, rifare il tetto della casa, partecipare all’assemblea condominiale, separarsi, divorziare, fare testamento, vendere un appartamento, firmare il consenso per un intervento medico, etc.).

Il soggetto che beneficia di questo aiuto deve essere privo di autonomia, cioè deve essere in condizioni fisiche o mentali tali da non riuscire da solo a curare i propri interessi esistenziali, sanitari o patrimoniali. 

La mancanza di  autonomia può essere totale o parziale, ma deve derivare da una malattia o da una disabilita.

L’amministratore di sostegno deve intervenire a sostegno del beneficiario, svolgendo i compiti e soltanto i compiti stabiliti dal Giudice; tali compiti non sono, infatti, sempre identici in tutti i casi, ma vengono individuati tenendo conto delle effettive esigenze della persona beneficiaria.

Perchè avviene la revoca dell’amministratore di sostegno 

La revoca dell’amministratore di sostegno può avvenire in due ordini di casi:

-quando vengono meno le ragioni stesse per le quali l’amministratore di sostegno era stato nominato;

– quando l’amministratore di sostegno in carica non si comporta adeguatamente, quando cioè non agisce nel rispetto dei suoi doveri e non persegue l’interesse del beneficiario.

Esempio del primo caso: – l’amministratore di sostegno era stato nominato per sostenere una persona caduta in depressione; superata la depressione, la persona beneficiaria è di nuovo in grado di provvedere da sé alle proprie necessità e chiede al Giudice di revocare la misura dell’ads.

Esempio del secondo caso: – l’amministratore di sostegno entra in conflitto con il beneficiario o con uno dei familiari di questi. Dato che la conflittualità può nuocere alla salvaguardia dell’interesse del beneficiario, il Giudice può revocare l’amministratore di sostegno, nominando un altro al suo posto. Altro esempio: – l’amministratore di sostegno divulga pubblicamente (ad es. – come effettivamente successo) notizie riguardanti la vita privata del beneficiario, dichiarando oltretutto di essere stato aggredito dal beneficiario, disabile psichico. 

Nel caso effettivamente verificatosi, il Giudice ha sostituito l’amministratore di sostegno, con la seguente motivazione: “è incontestata la partecipazione dell’amministratore di sostegno ad una nota trasmissione televisiva nel corso della quale lo stesso ha riferito delle aggressioni subite e  il comportamento rende altresì inopportuna la prosecuzione dell’attuale incarico”.

Occorre tener presente, comunque, che l’amministratore di sostegno viene nominato dal Giudice e, quando non si tratta di un familiare o di un parente del beneficiario, si tratta di una persona che gode della stima e della fiducia del Giudice. 

Di conseguenza, non è affatto facile ottenere la sostituzione dell’ads. Occorre dimostrare che l’amministratore in carica non è proprio la persona adeguata nel caso concreto. Quando dico “occorre dimostrare” non mi riferisco alla necessità di una prova inconfutabile, ma è comunque necessario fornire al Giudice elementi oggettivi, non proprie opinioni. 

La possibilità di chiedere la revoca dell’amministratore di sostegno in carica non deve essere intesa, pertanto, come una possibilità di “togliere di mezzo” una persona non gradita. 

Occorre – ripeto – una ragione molto molto seria. Tra le ragioni serie vi è – per fare un altro esempio – la mala gestio economica: per es. se l’amministratore non ha tenuto bene i conti, ha gestito gli interessi economici del beneficiario in modo negligente e disordinato, o ha speso il denaro del beneficiario in cose inutili, e via dicendo. 

Vi sarebbe, infine, una terza ipotesi di revoca dell’amministratore di sostegno, che is verifica quando il Giudice ritiene che l’amministrazione di sostegno non protegga adeguatamente il beneficiario, e che occorra passare alla misura “maschia” dell’interdizione. 

Non vorrei parlare qui di questa ipotesi perchè le cose da dire sono davvero tante e soprattutto perchè questa ipotesi non dovrebbe proprio esistere. L’interdizione, infatti, è una misura di protezione che calpesta la dignità della persona, sopprimendone totalmente la capacità legale di agire.  E non è affatto vero che l’interdizione protegga di più.

Per fortuna, la chiusura dell’amministrazione di sostegno per passare all’interdizione è sempre meno frequente, ma vi sono interi territori -come il Piemonte- in cui si ricorre spesso e volentieri a questo iter.

Quali sono le conseguenze della revoca dell’amministratore di sostegno 

Le conseguenze della revoca dell’amministratore di sostegno sono diverse a seconda che si rientri nel primo caso (chiusura definitiva dell’amministrazione di sostegno) o nel secondo caso (sostituzione dell’amministratore in funzioni). 

Come è evidente, nel primo caso non ci sarà più alcun amministratore di sostegno e tutto tornerà come prima dell’apertura della misura di protezione: la persona a cui favore era stato nominato l’ads farà tutto autonomamente, senza alcuna limitazione. 

Nel secondo caso, invece, a cambiare sarà soltanto la persona chiamata a svolgere le funzioni dell’amministratore precedente. 

Chiaramente, in tale caso, si dovrebbe anche verificare un miglioramento dei rapporti e un maggior benessere per il beneficiario stesso, dal punto di vista materiale e anche morale. 

 

Revoca dell’amministratore di sostegno, come funziona 

La revoca dell’amministratore di sostegno può avvenire o perché è il Giudice stesso che prende l’iniziativa, ma questa ipotesi è piuttosto rara.

Il più delle volte la revoca dell’ads viene decisa dal Giudice sulla base di una domanda.

Deve esserci, cioè, una richiesta di revoca presentata o dallo stesso beneficiario, o da un familiare o dal pubblico ministero. 

La domanda di  revoca, pertanto, funge da input per il giudice a verificare come stanno andando le cose e ad accertare se le ragioni poste alla base della domanda di revoca sono fondate oppure no. 

Una volta esaminata la domanda, il Giudice potrebbe ritenerla del tutto infondata senza neppure bisogno di approfondire, nel qual caso la respinge. L’interessato potrà presentare reclamo, cioè impugnare la decisione.

Diversamente, il Giudice potrebbe ritenere necessaria una verifica della situazione, nel qual caso convoca le parti (cioè il familiare che fa la domanda, il beneficiario e l’amministratore di sostegno) e, dopo l’udienza, decide se e come proseguire nelle verifiche o decidere accogliendo o respingendo la domanda di sostituzione. 

L’iter può essere più o meno lungo; tutto dipende dalla serietà della domanda e dalla complessità del caso. Dare un’indicazione più precisa dei tempi è assolutamente impossibile. Ad ogni modo si parla di mesi, non di anni. 

Se la domanda viene respinta non c’è comunque una condanna alle spese legali dato che non si tratta di una causa nel senso vero e proprio del termine

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A chi si rivolge il procedimento di Interdizione

L’interdizione è pronunciata con sentenza dal Tribunale nei confronti di soggetti che abbiano congiuntamente le seguenti caratteristiche:

  • infermità di mente: si intende una malattia grave al punto che impedisce al soggetto di esprimere liberamente e consapevolmente una volontà;
  • abitualità dell’infermità: vale a dire una malattia irreversibile e/o incurabile (ad esempio non è sufficiente un esaurimento nervoso destinato a risolversi);
  • incapacità del soggetto a provvedere ai propri interessi (sia quelli economici sia quelli extrapatrimoniali);
  • necessità di un’adeguata protezione. Si tenga presente che l’interdizione è uno strumento residuale rispetto alla amministrazione di sostegno: si procede ad essa qualora gli altri strumenti di protezione non siano idonei e/o sufficienti.

L’interdizione può essere pronunciata anche nei confronti del minorenne nell’ultimo anno della sua minore età (17 anni) anche se è destinata ad avere effetto dal giorno del raggiungimento del diciottesimo anno.

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Destinatari dell’Amministrazione di sostegno

Destinatari dell’Amministrazione di sostegno sono le persone portatrici di una disabilità fisica o psichica, o di una limitazione sensoriale (sordomuti, non vedenti, etc.) o di un disagio di altro genere che ne limita in tutto o in parte l’autonomia; tanto che per loro è difficile e talvolta impossibile fronteggiare gli innumerevoli incombenti della vita quotidiana (le scadenze, le attività, l’esercizio di questo o quel diritto civile). Si tratta, in altre parole delle persone  che faticano a farsi carico di se stessi.

Per capire se la persona che vorrebbe chiedere l’ads o a favore della quale i familiari vorrebbero chiederla, sia in possesso dei requisiti previsti dalla legge, si deve guardare non soltanto a ciò che questa è intrinsecamente, dentro di sé, ma anche a ciò che non riesce a fare ma dovrebbe poter fare, all’esterno.
Norma di riferimento è l’art. 404 del codice civile: dinanzi ad una “infermità” o ad “una menomazione fisica o psichica”, che sia tale da causare l’ “impossibilità, anche parziale e temporanea, di provvedere ai propri interessi”, la persona sofferente potrà “essere assistita da un amministratore di sostegno”.
Vanno evitate, comunque, letture troppo anguste e medicalizzate di questa disposizione. Nonostante il legislatore parli di infermità e/o menomazione, va tenuto fermo che destinatari dell’intervento possono essere altresì le persone che si trovano, operativamente,  a mezza via, a metà strada fra ombra e luce; quelli che cioè stanno ‘così così’ sotto il profilo dell’efficienza, forti o deboli a seconda delle circostanze. Può trattarsi, ad esempio, di una persona che – magari a causa di una forma di depressione – vive fra alti e bassi, in parte attiva in parte rinunciataria rispetto alle attività della vita quotidiana.

Per quanto, poi, non tutti i giudici tutelari la vedano così, devono considerarsi possibili destinatari dell’ Ads anche coloro che, pur non afflitti da patologie mediche in senso stretto, o da vere e proprie disabilità, incontrano difficoltà nell’affrontare i problemi della quotidianità, con conseguenti incagli sul terreno burocratico, sanitario, lavorativo, amministrativo.
Pensiamo, ad esempio, alle persone molto anziane che abbiano appannamenti della memoria, come pure alle persone caratterialmente ingenue, che si lasciano sfuggire le scadenze delle bollette, che se ne stanno cronicamente inerti nonostante occorrerebbe intervenire per riparare il tetto o il pavimento, che sono ai limiti dell’analfabetismo, che si lasciano influenzare dal primo venuto o che diffidano per principio di tutto e di tutti, che “perdono colpi”.

La persona afflitta da abituale infermità di mente può beneficiare dell’AdS?

L’ambito operativo dell’Amministrazione di sostegno è molto ampio e non vi è dubbio sul fatto che anche la persona afflitta da una gravissima patologia psichica possa essere beneficiario di questa misura di protezione.
Non va, anzi, dimenticato che il cd. infermo di mente e le necessità della sua protezione sono storicamente ala base dell’introduzione dell’Ads.
Il fatto, poi, che – ancora oggi – siano presenti l’interdizione e l’inabilitazione non impedisce che la persona con un grave disabilità psichica possa giovarsi di questo strumento. E ciò è stato chiarito dalla Cassazione fin dal 2006: l’ambito applicativo dell’AdS, rispetto a quello dell’interdizione, va individuato facendo riferimento (non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o all’impossibilità di attendere ai propri interessi, ma piuttosto) alla maggiore capacità del nuovo strumento di adeguarsi alle esigenze della persona, grazie alla flessibilità che gli è propria ed alla maggiore agilità della procedura (v. Cass. I, 12 giugno 2006, n. 13584).

Ma, l’Ads va sempre applicata alla persona con disabilità psichica? O vi sono casi in cui il disabile psichico non deve essere destinatario di questa misura ?

Per rispondere, occorre partire dalla considerazione che il disagio psichico comporta di norma difficoltà di autogoverno e dunque limitazioni funzionali, più o meno importanti, ma non sempre accade questo.
Così nel caso presentatosi al Tribunale di Bologna (v. sentenza del 6 aprile 2006): una donna – affetta da una forma cronica di psicosi delirante – era stata riconosciuta pienamente in grado di curare, al di là di tutto, i propri interessi e di badare a se stessa; il tribunale riterrà non sussistere, di conseguenza, le condizioni per attivare istituzionalmente la protezione. In via generale dunque: di fronte a un disagio psichico formalmente diagnosticato, che non privi tuttavia la persona dell’attitudine a curare consapevolmente la sua sfera, con risultati soddisfacenti, potrebbero non sussistere i presupposti applicativi per alcuna misura di difesa.

Va accolta la domanda di nomina di un amministratore di sostegno avanzata da un soggetto psichicamente fragile, ma non interessato da un vero e proprio disturbo mentale?

Ciò che rileva, ai fini della pronuncia del decreto istitutivo, non è tanto la sussistenza di una patologia clinica, più o meno grave; decisiva sarà piuttosto la condizione di ‘inadeguatezza gestionale’, ovverossia il riscontro di un deficit funzionale/esteriore nell’amministrando, da parte del g.t.. Abbiamo già richiamato a tale proposito (in questa Sezione, al precedente quesito b.2.) il principio affermato dalla Cassazione, con la sentenza 12 giugno 2006, n. 13584). Nessun dubbio che anche la persona portatrice di disturbi psichici potrà, pertanto, avere accesso al neo-sistema di salvaguardia.

E’ possibile proteggere la persona prodiga con l’AdS?

Certamente sì. Va anzi sottolineato come la figura dell’inabilitazione – alla quale era affidata, nel sistema previgente, la protezione di tale categoria di soggetti deboli – registri oggigiorno un sostanziale abbandono, nella prassi, essendo stata soppiantata dalla neo-misura del 2004.

E la persona affetta da demenza?

La risposta affermativa è persino scontata. Trattasi, anzi, di una delle aree della ‘disabilità’ che appare destinata a registrare un incremento costante, nella realtà di oggi, secondo quanto messo in evidenza nella letteratura medico-geriatrica.

L’AdS può essere messa in opera per fronteggiare le esigenze di cura e recupero di una persona tossicodipendente o di un etilista cronico?

Su un piano generale, si può dire che l’Amministrazione di sostegno costituisce lo strumento per aiutare anche le persone che versano in condizioni di “dipendenza”. Uno dei problemi maggiori, nel caso delle tossicodipendenze, riguarda la possibilità che all’amministratore vengano affidati poteri sostitutivi, al fine della predisposizione di programmi di recupero – allorché la persona non intenda seguire un percorso di disintossicazione.
Bisogna dire che la giurisprudenza dimostra, al riguardo, una certa dose di prudenza: escludendo che al vicario siano attribuibili, di norma, veri e propri poteri sostitutivi – e immaginando, piuttosto, l’assegnazione di compiti di contenimento/affiancamento, da parte del giudice tutelare, con l’obiettivo di favorire l’adesione dell’interessato al programma di recupero (così, Trib. Trieste, 10 maggio 2008, e App. Torino, 19 maggio 2006).

 

Può beneficiare della nuova misura di protezione la persona affetta da una patologia di natura fisica ?

Certamente sì, purché a tale patologia si ricolleghi una riduzione dell’autonomia.
Il quadro descritto corrisponde, a titolo esemplificativo, a quello di una persona affetta da qualche forma di spasticismo, o da una malattia degenerativa (mettiamo, la sclerosi multipla): patologie le quali determinano, appunto, l’ impossibilità per chi ne soffre di provvedere autonomamente al compimento di atti materiali – senza necessariamente incidere in senso menomativo sulle sue doti cognitive.
Nessun dubbio quanto alla possibilità di far luogo all’ AdS in casi del genere, se è vero che il deficit di autonomia – suscettibile di rilevare a tal fine – non deve interessare necessariamente (nello spirito e nella lettera della legge) la sfera mentale volitiva. Il panorama giurisprudenziale offre più di un esempio al riguardo: si vedano, in particolare, Trib. Roma, 21 settembre 2007; Trib. Modena, 17 maggio 2006; Trib. Reggio Emilia, 9 gennaio 2006.

 

Può essere beneficiaria dell’AdS la persona interessata da un deficit di natura sensoriale, quale il sordomuto, il non vedente, la persona affetta da balbuzie, tic, o dislessia, etc.?

Anche il deficit sensoriale (come quello di natura fisica) corrisponde a una disabilità che non ha a che vedere, normalmente, con chiaroscuri dell’intelletto. Vale al riguardo quanto evidenziato al punto precedente – circa la sicura attivabilità dell’AdS nei confronti di tale categoria di soggetti deboli.

 

Quale soluzione adottare per la persona in coma?

Non vi sono ragioni di sorta valide a sconsigliare la messa in campo dell’AdS nella condizione di coma vegetativo che abbia colpito l’amministrando. Il fatto che la persona in coma sia priva di coscienza non può giustificare la non applicazione dell’Amministrazione di sostegno.
Di certo, non può giustificarsi la diversa opzione di interdire la persona, dato che una soluzione siffatta determinerebbe stigma e avvilimento, quanto meno presso la famiglia del disabile, col pericolo di ricadute negative sullo stesso infermo.

 

La persona anziana rientra tra i destinatari dell’ Ads?

L’età avanzata non  giustifica di per sé l’apertura dell’ads. Del resto, essere anziani non vuol certo dire essere malati. D’altra parte, è vero che la persona anziana – specie nella quarta età – può ritrovarsi a sperimentare limitazioni, più o meno rilevanti, delle facoltà gestorie, con riduzioni, talora accentuate, dell’indipendenza complessiva. In tal caso, allora, l’Ads si presenta quale valido strumento di protezione.
Si pensi al caso in cui sopravvengano difficoltà di deambulazione e di movimento, più o meno invalidanti, difficoltà a ricordare le cose e conseguente difficoltà nel gestire le scadenze amministrative/burocratiche, o difficoltà a prendersi cura della propria igiene e del proprio stato di salute.
Non sono mancati casi in cui il giudice tutelare ha rigettato la domanda di nomina dell’AdS, poiché l’amministrando era anziano, e tuttavia mentalmente lucido. Così, in un caso romano in cui l’interessata era una anziana donna, la quale tuttavia riusciva a gestire tutte le proprie esigenze di vita incaricando e istruendo lei stessa i familiari, per l’espletamento delle varie incombenze (Trib. Roma, 26 maggio 2008).

 

Può beneficiare della nuova misura di protezione la persona interdetta o inabilitata?

Anche l’interdetto, e a maggior ragione l’inabilitato, è ammesso a beneficiare della nuova misura di protezione. L’apertura dell’ads, in tali casi, sarà possibile, tuttavia, soltanto dopo la revoca dell’interdizione/inabilitazione.
La persona interdetta o inabilitata potrà presentare, essa stessa, domanda di attivazione dell’ AdS, formulando, al contempo domanda di revoca dell’interdizione/inabilitazione.
Le due domande, tuttavia, vanno proposte davanti a giudici diversi, e ciò rende  macchinosa la possibilità per la persona interdetta o inabilitata di fruire della nuova misura di protezione.
Vi è, tuttavia, la possibilità di snellire l’iter, domandando la revoca dell’interdizione/inabilitazione, e quindi, nell’ambito del procedimento di revoca, la trasmissione  degli atti al giudice tutelare. L’art. 429 c.c. prende tale possibilità allorché – appunto – “appaia opportuno che, successivamente alla revoca, il soggetto sia assistito dall’amministratore di sostegno”. Ciò fa sì che l’amministratore di sostegno possa essere nominato il prima possibile.

 

L’ amministrazione di sostegno può essere attivata in favore di un minore?

Secondo quanto prevede l’art. 406, 1° comma, c.c., anche il soggetto minore d’età può presentare ricorso per la nomina dell’amministratore di sostegno. Qualora si tratti, però, di un minore non emancipato, il decreto di nomina potrà essere pronunciato dal giudice tutelare soltanto nell’ultimo anno della minore età; e acquisterà efficacia soltanto al compimento del diciottesimo anno. Il motivo (di tale apparente limitazione di protezione) sta nel fatto che il soggetto in questione è assoggettato alla responsabilità genitoriale con conseguente rappresentanza del minore, da parte dei genitori, in tutti gli atti civili e nell’ amministrazione dei beni.
Nel caso in cui i genitori siano morti o siano stati giudizialmente dichiarati decaduti dalla responsabilità  genitoriale o sospesi dal suo esercizio, i poteri di rappresentanza e di cura del minore sono affidati ad un tutore. Il g.t può, in ogni caso, procedere alla nomina di un amministratore di sostegno provvisorio, allorché il minore sia ormai prossimo al raggiungimento della maggiore età.
Significativo il caso che è stato deciso, con sentenza del 29 maggio 2006, dal Tribunale per i Minorenni di Milano, al quale era stata domandata la pronuncia di interdizione di un giovane malato psichico, prossimo al compimento della maggiore età. Non ravvisando i presupposti per pronunciare l’interdizione, il giudice minorile lombardo trasmetterà gli atti al giudice tutelare, ai fini dell’attivazione dell’Amministrazione di sostegno – provvedendo, contingentemente, alla nomina di un AdS provvisorio.